Jan 292017
 

Il rapporto PaO2/FIO2 è normalmente utilizzato per definire la gravità di una malattia del parenchima polmonare, che come sappiamo genera ipossiemia. Nel caso della ARDS il rapporto PaO2/FIO2 è l’unica variabile che ne classifica la gravità. Il rapporto PaO2/FIO2 è indica la gravità della disfunzione respiratoria anche nel SOFA (Sequential Organ Failure Assessment), lo score di gravità delle disfunzioni d’organo più diffuso ed ora utilizzato anche per fare la diagnosi di sepsi. Nella pratica clinica il PaO2/FIO2 viene normalmente utilizzato per confrontare PaO2 ottenute con FIO2 differenti e per valutare l’evoluzione di una malattia polmonare o la sua risposta al trattamento.

L’uso del PaO2/FIO2 nella valutazione della gravità delle malattie polmonari si basa sul pressupposto che esso si modifichi al variare dello shunt, cioè della perfusione di aree polmonari non ventilate: nelle zone con addensamenti polmonari (quindi con ventilazione assente o molto ridotta), il sangue nei capillari polmonari continua a fluire senza però ossigenarsi, si crea shunt e la sua entità è stimata con la riduzione del PaO2/FIO2. Da notare che non vi sono basi fisiopatologiche nè dati clinici che supportino questo impiego del PaO2/FIO2. Vediamo ora alcuni casi che ci possono far riflettere.

Osserviamo l’evoluzione radiologica di una malattia parenchimale polmonare:

Figura 1

La radiografia A è quella basale, nella radiografia B, eseguita alcuni giorni dopo, si notano infiltrati parenchimali bilaterali. Il rapporto PaO2/FIO2 si riduce drasticamente dalla condizione A alla B. Tutto in linea con l’atteso.

Guardiamo ora 2 radiografie di un paziente ricoverato nella nostra Terapia Intensiva, eseguite a 48 ore di distanza l’una dall’altra:

Figura 2

Come ci aspettiamo sia la variazione del PaO2/FIO2?

Quando il paziente ha fatto la radiografia A della figura 2, era intubato ed aveva 73 mmHg di PaO2 con FIO2 1, quindi un rapporto PaO2/FIO2 di 73 mmHg. Quando è stata eseguita la radiografia B, la PaO2 era 68 mmHg con respirazione spontanea in ambiente (FIO2 0.21), quindi un rapporto PaO2/FIO2 di 324 mmHg. (vedi nota alla fine del post)

Come possiamo spiegare tutto questo? Nella condizione della figura 2A, il paziente aveva appena avuto una embolia polmonare. L’embolia polmonare è una malattia che colpisce esclusivamente il versante circolatorio dei polmoni, lasciando intatti gli spazi aerei del parenchima polmonare: in altre parole, il polmone è sano, solo la sua circolazione è alterata. Questo è talmente vero che un’improvvisa ipossiemia grave con normali reperti polmonari ci può far venire il sospetto proprio di un embolismo polmonare. Ma perchè l’embolia polmonare dà ipossiemia se il parenchima polmonare è sano? Nelle aree interessate dell’evento embolico si riduce la perfusione (per effetto dell’ostruzione determinata dall’embolo) mantenedosi una ventilazione normale (parenchima sano). Quindi il rapporto ventilazione/perfusione aumenta, condizione che dovrebbe determinare un aumento dell’ossigenazione secondo la fisiologia classica (area rossa nella figura 3).

Figura 3

L’ipossiemia infatti non si genera nelle aree ostruite dall’embolo, ma nelle restanti parti del polmone (figura 4). In queste infatti viene dirottato quasi tutto il sangue che il ventricolo destro riesce a pompare, generando un aumento della perfusione a parità di ventilazione, che non è modificata dall’embolismo. Quindi il rapporto ventilazione/perfusione si riduce, condizione che genera ipossiemia (area azzurra nella figura 3). Questa è una delle cause (anche se non l’unica) dell’ipossiemia nell’embolia polmonare.

Figura 4

In questo caso il rapporto PaO2/FIO2 si riduce nonostante il polmone sia sano… dimostrando di non essere una dimensione appropriata per descrivere la gravità una malattia del parenchima polmonare.

L’esempio dell’embolia polmonare ci fa capire quanto sia importante l’aspetto “perfusione” nella genesi dell’ipossiema (e quindi della riduzione del rapporto PaO2/FIO2). Siamo spesso portati a pensare all’ipossiemia come conseguenza delle sole alterazioni della “ventilazione”, dimenticando che il rapporto ventilazione/perfusione ha un numeratore ed un denominatore e che entrambi contribuiscono allo stesso modo alle variazioni del PaO2/FIO2. Questo è particolarmente vero in presenza di piccole zone di shunt, presenti nei pazienti in ventilazione meccanica anche con polmoni sani. Proviamo a pensare, ad esempio, a cosa potrebbe succedere durante una condizione di alta portata cardiaca: potrebbe esserci una riduzione del PaO2/FIO2 per effetto della riduzione del rapporto ventilazione/perfusione. In questa condizione l’applicazione di una PEEP potrebbe migliorare il PaO2/FIO2 sia aumentando il numeratore del rapporto ventilazione/perfusione (per “ventilazione” dobbiamo intendere infatti il volume delle aree ventilate, vedi il post del 21/10/2012), sia riducendo il denominatore, cioè la portata cardiaca.

Vediamo ora cosa succede al PaO2/FIO2 quando ci aspettiamo che resti costante, cioè quando il rapporto ventilazione/perfusione è costante. Immaginiamo quindi un soggetto con uno shunt del 20%. Questo significa che c’è una riduzione del rapporto ventilazione/perfusione che corrisponde al passaggio del 20% della portata cardiaca in zone del polmone non ventilate. Immaginiamo di ventilare questo soggetto con FIO2 0.5. Cosa accade al PaO2/FIO2 quando si modifica la differenza tra il contenuto di O2 nel sangue arterioso ed il contenuto di O2 nel sangue venoso misto (AVDO2)? Ricordiamo che la AVDO2 aumenta quando si riduce la portata cardiaca o l’emoglobina (cioè il trasporto di ossigeno) oppure aumenta il consumo di ossigeno; la AVDO2 invece si riduce nelle situazioni opposte. Uno studio recentissimo (1) ci mostra che in questo ipotetico soggetto, il PaO2/FIO2 è tutt’altro che costante, variando tra circa 140 e 400 mmHg al variare della AVDO2 tra 1.5 e 6 ml O2/dL (figura 5, frecce tratteggiate):

Figura 5

Da notare che nell’embolia polmonare dell’esempio precedente, si riduce la portata cardiaca ed aumenta quindi la AVDO2: questo è un altro fattore extrapolmonare che contribuisce quindi all’ipossiemia ed alla riduzione del PaO2/FIO2.

Nella figura 5 vediamo anche un’altra importante caratteristica del PaO2/FIO2: a parità di tutti gli altri fattori (inclusa la AVDO2), varia al variare della FIO2. Seguiamo, ad esempio, la linea verde, che corrisponde alla variazione del PaO2/FIO2 al variare della FIO2 quando AVDO2 è costante a 3.5 mL O2/dL. Il PaO2/FIO2 ha un minimo di circa 210 mmHg a FIO2 0.5 ed un massimo a circa 390 mmHg a FIO2 1.

Possiamo facilmente riassumere tutto quello che abbiamo finora detto in pochi punti:

  1. non esistono un razionale fisiologico dati sperimentali per utilizzare il PaO2/FIO2 come misura di malattia o disfunzione polmonare;
  2. il PaO2/FIO2 è modificato da molti fattori extrapolmonari (cioè non inerenti al parenchima polmonare):
    1. dalle alterazioni della quantità e della distribuzione della perfusione polmonare;
    2. dalle variazioni di trasporto e consumo di ossigeno (cioè della AVDO2);
    3. dalle variazioni di FIO2.

In altre parole, il PaO2/FIO2 si può modificare sia quando il polmone è ammalato sia quando è sano. Perchè allora si usa il PaO2/FIO2 nella pratica clinica per valutare la gravità di malattia e disfunzione polmonare? La spiegazione è una sola: perchè è facile da calcolare, dimenticandone però tutti i limiti. Ormai, purtroppo, la medicina si sta riducendo sempre di più alla semplificazione ed alla banalizzazione, facendo perdere di vista ai medici la complessità che caratterizza la fisiologia e la malattia. Questa è la strada che molti ci vogliono far percorrere, ma se vogliamo possiamo continuare a cercare di capire ed approfondire piuttosto che rassegnarci alla superficialità degli slogan (magari presentati sotto forma di linee guida).

Dobbiamo smettere di usare il PaO2/FIO2 nella nostra pratica clinica? Penso proprio di no, io lo utilizzo quotidianamente. Dobbiamo solo conoscerlo bene, per sapere quando credergli e quando invece non farci ingannare.

Un sorriso a tutti gli amici di ventilab.

Bibliografia.

  1. Feiner JR et al. Evaluating pulmonary function: an assessment of PaO2/FIO2. Crit Care Med 2017; 45:e40-e48

Nota: La FIO2 non si esprime in percentuale, è infatti la concentrazione frazionale, come indica proprio la lettera “F” di FIO2. FIO2 significa quindi: “frazione inspiratoria di ossigeno” ed è un numero che può teoricamente variare da 0 a 1. FIO2 0.21 è quella dell’aria atmosferica, 1 della respirazione con ossigeno puro. Non ha importanza se su alcuni ventilatori meccanici ed alcune cartelle cliniche elettroniche la FIO2 ha come unità di misura il %: sono sbagliati! Così come la lettera “I” dovrebbe essere maiuscola (ancor meglio se di dimensione ridotta, perchè simbolo qualificante), come la convenzione vuole per indicare la fase inspiratoria. E’ un po’ pedestre leggere “FiO2 40%”, due errori in poche lettere… .

Author: Giuseppe Natalini

  9 Responses to “Rapporto PaO2/FIO2: mito o realtà?”

  1. Da semplice studente, anche se spesso non è facile arrivare a comprendere tutto, grazie.
    La vorrei come professore.

  2. Caro Giuseppe
    l’ unità alveolo capillare è di solito considerata il cuore dello scambio gassoso e quindi del “parenchima” polmonare. Mi sembra di capire che le patologie dei vasi (alveolari e interstiziali) non debbano essere considerati come facenti parte del “parenchima” , che andrebbe inteso invece solo come spazio aereo.
    E’ cosi’
    Un caro saluto. Grazie !
    Elio Virone

    • Caro Elio, capisco la tua osservazione, che mi fa riflettere da molto tempo. Classicamente, dal punto di vista anatomico, il capillare polmonare è inscindibile dall’alveolo e quindi è difficile pensare al parenchima polmonare senza vasi.
      Ma il mio è un ragionamento (e forse una forzatura) da clinico: le malattie che riguardano gli spazi aerei hanno una fisiopatologia ed un trattamento completamente diverso da quelle che coinvolgono la perfusione del polmone. Non per niente se si prende un trattato di medicina interna (ad esempio l’intramontabile Harrison’s Principles of Internal Medicine), le malattie dei vasi polmonari (embolia polmonare, ipertensione polmonare, vasculiti di ogni tipo) non sono presentate nel capitolo della malattie respiratorie ma in quelli cardiovascolare e delle malattie infiammatorie/immunitarie.
      In altre parole un’ipossiemia che si genera sul “versante aereo” ha un significato ed un trattamento completamente diverso dall’ipossiemia che si genere con il “versante aereo” sano.
      Per questo preferisco identificare il parenchima polmonare con la sola componente alveolare (ed eventualmente interstiziale, ma senza vasi). In fondo tutte le classificazioni sono convenzioni che nascono dal consenso tra presunti esperti: basta mettersi d’accordo.
      Grazie come sempre del commento. Ciao.

  3. Buonasera a tutti,
    Prima di tutto complimenti per l’ottimo lavoro svolto e per la competenza.
    Volevo chiedere se il P/F non è un indice abbastanza specifico per patologia del parenchima, che ruolo può avere invece il delta PAO2-PaO2 come indice di alterazione del parenchima piuttosto che di disturbo ventilatorio?
    Grazie mille per la disponibilità e la cortesia.
    Cordiali saluti.

    • La PaO2 può essere ridotta da tutte le condizioni che riescono a ridurre (anche localmente) il rapporto ventilazione/perfusione. Quindi sia da riduzione della ventilazione (sempre intesa come volume degli spazi aerei aperti alla ventilazione) che da aumenti della perfusione. Quindi tutti gli indici che utilizzano la PaO2 non posso essere specifici di un disturbo della sola ventilazione.
      Questo ribadisce il fatto che tutte le ipossiemie devono essere interpretate alla luce di una valutazione complessiva del paziente, tenedo conto dell’imaging polmonare e dello stato cardiocircolatorio.

  4. Chiedo scusa per la richiesta di precisazione: riguardo alla frase:
    “Ricordiamo che la AVDO2 aumenta quando si riduce la portata cardiaca o l’emoglobina (cioè il trasporto di ossigeno) oppure aumenta il consumo di ossigeno; la AVDO2 invece si riduce nelle situazioni opposte”:
    è corretta così? Non è che la AVDO2 si RIDUCE con la riduzione del trasporto di ossigeno (riduzione di portata cardiaca o di emoglobina) e con l’aumento del consumo di ossigeno (e viceversa)?
    Chiedo scusa, ma intuitivamente (e dal fatto che nell’articolo citato ad emoglobine superiori viene associata una AVDO2 superiore) non mi tornava, se invece è proprio così come scritto nel post come mai la differenza tra il contenuto di O2 nel sangue arterioso ed in quello venoso dovrebbe aumentare quando la portata cardiaca o l’emoglobina si riducono (con riduzione della CaO2)?
    Grazie anticipatamente per l’attenzione…

    • La differenza artero-venosa di O2 (avDO2) aumenta in caso di ridotto trasporto di ossigeno, perchè aumenta l’estrazione tissutale di O2. Da questo ne consegue anche la riduzione della SvO2.

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